RUOLO DELLE NUOVE GENERAZIONI NEL TRASFERIMENTO ED APPRENDIMENTO DEL SAPERE PER UNO SVILUPPO SOSTENI
Scritto da Diego Righini Giovedì 10 Settembre 2009 16:46
Ci sono molte occasioni o situazioni dove un giovane può apprendere “il sapere”. Sapere vuol dire formazione ed informazione, iniziale e lungo l'arco della vita. Sapere vuol dire ricerca, ascolto, elaborazione e conoscenza in tutte le esperienze di vita. Sapere vuol dire sviluppo coeso e sostenibile delle produzioni e delle pubbliche amministrazioni. Sapere vuol dire inclusione ed integrazione sociale. Sapere vuol dire tutela e fruizione pubblica dei beni culturali ed ambientali. Sapere vuol dire qualità della vita di tutti: nella famiglia, nel lavoro, nella salute, nella cultura, nell’ambiente e nel mondo.
Lo sviluppo dell'Italia non può e non deve basarsi sui bassi costi ma sull'alta qualità. Questo è un progetto per il futuro, è anche l’evoluzione della nostra storia. Solo un modello di vita teso verso la qualità di “esperienza-sapere-intraprendenza-testimonianza” potrà garantire al nostro Paese la collocazione che merita nel contesto globale della società della conoscenza.
Il modello del sapere funziona coerentemente quando c’è a professionalità.
Oggi purtroppo non è la prima caratteristica ricercata nel settore pubblico, e questo ha cominciato a pesare molto sulla produttività della Pubblica Amministrazione, mentre per il settore privato ancora resta una delle credenziali migliori da esibire in una performance di lavoro.
La mancanza di professionalità e il non ascolto ed apprendimento del sapere sta danneggiando soprattutto le classi dirigenti che si stanno avvicendando alla guida dei partiti politici, delle organizzazioni sindacali e di categoria. Non sempre i Presidenti o i responsabili delle organizzazioni che partecipano alla concertazione economica per il Paese sono frutti del lavoro e delle esperienze delle generazioni passate.
Questo è un male per la società perché combattere la povertà con il sapere significa offrire alle persone più svantaggiate la possibilità di accedere a informazioni e consentire loro di sfruttare tali informazioni, per generare esse stesse sapere e ai fini di uno scambio fruttuoso di conoscenze. Combattere la povertà con il sapere significa anche saper comunicare, tracciare il proprio cammino di sviluppo e partecipare allo sviluppo sociale nel senso di un «empowerment».
Seguendo questo filo conduttore il ruolo delle nuove generazioni è quello di promuovere l’apprendimento e lo scambio di sapere sia con i cittadini maturi che con i propri coetanei. La gestione del sapere mette a disposizione un contesto che consente alle persone di condividere il proprio sapere e apprendere a contatto sia con le colleghe e i colleghi di lavoro, sia con i partner esterni.
Questo scambio di conoscenze è assecondato dalle moderne tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), che aiutano ad organizzare il sapere, a renderlo accessibile e, dunque, a sfruttarlo meglio. Il sapere non può tuttavia essere valutato senza considerare le persone che ne dispongono.
La visione di una società globale del sapere presuppone la democratizzazione del sapere e dell’accesso alle informazioni. Nuove reti e iniziative che vanno oltre i confini tradizionali del settore pubblico mostrano i potenziali: professionisti che comunicano via internet, contadine e contadini che si scambiano e-mail su prezzi di mercato e pratiche più appropriate, stazioni radio locali che traducono le informazioni scientifiche nelle lingue locali, comprensibili alla popolazione.
L’informazione e il sapere sono risorse cruciali per la società globale. Ma l’accesso al sapere non è ovvio; la privatizzazione del sapere è una tendenza generale. Spesso a uscirne perdenti sono coloro il cui sapere non ha valore di mercato o che non possono proteggersi dallo sfruttamento. Per le nuove generazioni, la sfida sia interna che esterna consiste nel sormontare gli ostacoli a un apprendimento comune.
Il tempo è la grande risorsa sprecata nella società moderna. Il tempo appartiene a ciascuno e non se ne può abusare né con accelerazioni né con rallentamenti. Il tempo è la risorsa che conferisce i significati, è il tempo dedicato che rende le cose e le conoscenze uniche per sé. Senza imparare le attese, senza la lenta e silenziosa adesione all’oggetto della conoscenza, la società moderna e relativista finisce per riproporre un modello di relazione col mondo, in cui tutto si vede e nulla si apprende, che non le appartiene.
La cognizione del sapere non si svolge per illuminazione, per improvvisa comprensione, ma è frutto di una minuta fatica, quella dell’apprendistato. Apprendistato significa che il primo modo di concettualizzare la realtà lo si apprende imitando e seguendo colui che è un passo più avanti. L’adulto propone una mediazione cognitiva in quanto avanzando egli stesso sul cammino della conoscenza, mostra la strada ed offre la sicurezza della sua percorribilità.
Tutto questo comporta che il soggetto professionale preposto al funzionamento di una parte della società non sia più un singolo professionista, ma un professionista gruppale e riflessivo. Professionista gruppale e non professionisti coordinati in quanto non è la somma e il coordinamento dei saperi a dare la possibilità di un lavoro a tutto campo, ma una nuova professionalità integrata, che ricostituisce l’intero, che ha sede nell’entità gruppale e la cui sostanza si distribuisce in tutti i singoli membri. La professione educativa è quindi un gruppo di ricerca che indaga il reale e lo rielabora secondo il metodo sperimentale creando una comunità di pratica in grado di apprendere, ossia di crescere professionalmente attraverso il suo proprio lavoro. Una comunità che produce un sapere professionale complesso, ricco di sfumature emotive, capace di assumere impegni nei confronti dei giovani e di contenere le proprie ansie e quelle dei giovani che crescono. La manutenzione professionale di questo gruppo rappresenta il centro motore del progetto educativo di settore, il modo in cui una leadership senza gerarchia impersonata dal gruppo stesso vive e produce conoscenza per se e per le nuove generazioni.
Le nuove generazioni devono guardare al lato positivo in ogni cosa, scoprire il buono che c'è in ciascuno; rifiutare tutto ciò che offende l'uomo e lo rende schiavo, cominciando dalle cattive abitudini, dalla pigrizia, dallo scetticismo, dall'indifferenza, fino a respingere la violenza, la prepotenza ed ogni sorta di ingiustizia. Guardare alla vita come ad un "grande gioco", con spirito di avventura, "buttare il cuore oltre l'ostacolo", dare un calcio all'"im"possibile; accettare anche l'insuccesso, non come sconfitta ma come stimolo a rialzarsi e ricominciare; devono avere il coraggio della fatica, della costanza e della fedeltà nelle piccole come nelle grandi scelte, consapevoli che la coerenza ai grandi ideali si dimostra nelle piccole cose di ogni giorno.
Le nuove generazioni devono amare la vita, godere della bellezza, in particolare scoprire la bellezza della natura, il grande libro che Dio ci ha dato perché, attraverso di essa, scopriamo la Sua bellezza. Soprattutto devono rispettare la natura, seguirne con rispetto i ritmi, osservandola con stupore ed umiltà e così imparare l'attesa, acquistando il senso del limite, lo spirito di sacrificio.
È importante provare timore verso ciò che è più forte di noi, ma anche godere i silenzi della natura ed aprirsi alla contemplazione. Sapendoci creature ci sentiremo parte del mondo creato e di esso responsabile, sentendo, perciò, l'urgenza di agire per la sua difesa e salvaguardia, iniziando dalla cura di noi stessi, della propria persona e del proprio corpo.
Le nuove generazioni non dovranno tendere soltanto ad "essere buone", ma piuttosto ad essere attive nel fare il bene, guardandosi intorno con attenzione e per rendersi utile cercando di approfondire le proprie competenze, capacità progettuali ed abilità tecniche.
Da tutto questo ne potrà scaturire non solo un forte senso del proprio dovere, ma anche una più matura professionalità e la coscienza che il lavoro va vissuto come servizio. La famosa attenzione al prossimo è scuola di attenzione agli altri e con questo gratuità, generosità ed altruismo divengono gradatamente vero e proprio spirito di servizio, capacità di donare e di donarsi per un progetto comune di società libera e forte.
Le nuove generazioni dovranno avere il coraggio della lealtà, della sincerità, dell'impegno, ed essere pronti ad assumersi le proprie responsabilità come nel piccolo gruppo di apprendimento o lavoro, così nella vita. Nella piccola comunità ognuno gioca un ruolo attivo, in armonia con gli altri ed imparando a lavorare insieme. Quest'attitudine aiuterà, poi, ad inserirsi con originalità nel contesto sociale e politico in cui avrà occasione di vivere, ad operare disinteressatamente per il bene comune, a partecipare alla vita sociale come cittadino attento, capace di collaborare con quanti sono animati da buona volontà, valorizzando ciò che unisce, senza intolleranze o integralismi.
Questo è il ruolo che auspico per le nuove generazioni, e per cui siamo impegnati fin da oggi con l’aiuto del sapere per costruire una società sostenibile per tutti.
Diego Righini

